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Libertà

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Racconto scritto da
Gundigoot Malesacar
e pubblicato il 25/03/2008


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Racconto scritto nel secondo Agon, per la pubblicazione nella sezione racconti

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Partecipante al contest
Secondus Litterum Hibernus Agon

E’ tutto bianco intorno a me. Le pareti, il soffitto. Tutto. Ma è un bianco sporco, carico di odio, dolore e tristezza. Che strano odiare così tanto questo colore. Mi è sempre piaciuto tanto il bianco. Mi ricordo quando da bambino andavo in camera dei miei genitori e aprivo i loro vecchi album di fotografie, tenuti dentro quel vecchio armadio, che mi metteva anche paura: era così grande e scuro, e gli intarsi sembravano essere degli occhi minacciosi. Però al suo interno c’erano le fotografie, quindi quello mi dava il coraggio di sfidarlo e alla fine di riuscire ad arrivare a prendere quegli album, per guardare le vecchie foto. Quelle che mi piacevano di più erano quelle del giorno del loro matrimonio. Era una bellissima giornata di primavera. Mia madre indossava quel lunghissimo abito, con uno strascico che la seguiva per metri. E aveva una corona di fiori di oleandro in testa. Chissà com'erano profumati! Anche il bouquet era bianco, interrotto solo da una manciata di puntini colorati. Non ricordo di che colore fossero. Ma non importa, servivano solo a mettere ancora più in risalto il candore della figura. Mia madre era tutta bianca, sembrava quasi un angelo sceso qui in terra per annunciare una lieta notizia.
Mio padre, invece, aveva un abito nero. Un doppio petto molto elegante e classico, senza fronzoli. Ma non mi diceva molto. Certo, era un bell'uomo, ma la scena era dominata da mia madre. Nulla, in quelle foto, riusciva a prevaricarla.
Chissà cosa li spinse a sposarsi. Perchè non può bastare solo essere innamorati, serve di sicuro qualcosa in più per decidere di passare tutta la vita con una persona. Qualcosa che purtroppo non ho mai capito cosa fosse. E come avrei mai potuto? Vivo qui dentro da più anni di quanti ne possa contare, e intorno a me ci sono solo uomini. E per di più i peggiori reietti della società. No, questo posto non fa per me. Non è mai stato il luogo dove ero destinato a vivere. Devo andarmene. Ma devo capire come ci sono arrivato per essere veramente libero, poi, altrimenti il viaggio sarà completamente inutile… Cosa è successo quel giorno? Ah sì! C'era la partita, lo spareggio per vincere il campionato. Che emozione! Dopo tanti anni di sconfitte e umiliazioni, ecco la mia squadra lì a lottare per il primo posto! E c'era anche Sophie con me. Oh Sophie! Che bella che eri! Con quei tuoi morbidi riccioli d'ebano e quegli splendenti occhi di smeraldo… E quel vestito bianco, che lasciava intravedere più di quanto qualcuno avrebbe potuto immaginare… Sophie, Sophie… Chissà che fine hai fatto… Avrei tanto voluto conoscerti davvero… Che ironia si celava nel tuo nome! Chi lo sa, magari ci saremmo anche sposati, chi può dirlo? E avremmo avuto anche dei bellissimi bambini! E invece quel poliziotto… E quella lettera maledetta! Credo che non potrei odiare nessuno più di quanto odiai quell’uomo quel giorno. Tante volte ho sentito dire che l'odio dà forza, rende implacabili nella propria risolutezza. Ma non fu così per me, no… Chissà se ho fatto bene a scappare, a nascondermi. In quel modo poi, senza dire nulla a nessuno… Ma se lo avessi fatto, mi avrebbero cercato, e infine trovato… Ho sempre pensato che se mai fosse giunto il momento, avrei dato qualunque cosa per la Patria. Invece, quando si è presentata l'occasione, quando è giunta l’ora di dimostrare che le mie non erano solo parole, non mi sono nemmeno presentato all'appello. E sono fuggito. Certo, ora sono vivo, mentre tutti i miei amici non lo sono più. Nessuno. Tutto quello che abbiamo fatto da bambini è andato perso… Vive solo in me, oramai, e probabilmente è questa la mia vera condanna: portare solo sulle mie spalle il peso del ricordo. Io sono scappato, loro no. Io sono vivo, loro no. Io sono in questa cella, loro no. Per paura di non poter vivere la mia vita, essa mi è stata comunque portata via. Non sono mai stato libero, a dire il vero. Non realmente. Quando ero bambino non potevo di certo capire cosa significasse la libertà, né me ne curavo. Quando poi sono cresciuto e ho iniziato a capire sono sempre stato prigioniero. Della mia paura prima, della Patria cui ho voltato le spalle, poi. Si potrebbe dire che sono stato libero mentre ero un fuggitivo, nascosto sulle montagne. Ma era libertà, quella? Passare le giornate schiavo della fame, ad affannarmi per trovare qualcosa che mi permettesse di arrivare al giorno seguente? All'inizio era anche abbastanza semplice, ma è durata poco. Il freddo è arrivato puntuale come ogni anno. E duro come ogni anno. Solo che io ero abituato alla neve della pianura. Invece il mio rifugio era perso tra le cime delle montagne, tra i ghiacci. E non c'era quasi nulla da mangiare, solo qualche raro animaletto ogni tanto, che quando mi vedeva mi guardava con quegli occhi interrogativi. Io ero lì per cercare di ucciderlo, e lui mi guardava incuriosito. Sembrava sapesse che non sarei riuscito a prenderlo, e che si prendesse gioco di me per questo. Io, simulacro di quel che ero un tempo, goffo, infreddolito, incapace di qualunque movimento mi avesse permesso di procurarmi il cibo. Che poi avrei dovuto mangiare così com'era… non sapevo, ed effettivamente non so tuttora, accendere un fuoco. E pensare che è dall’età della pietra che l’uomo è in grado di farlo. Ma se anche ne fossi stato capace, non c'era legna da ardere. Non sulle montagne dove mi nascondevo. Avrei dovuto scendere a valle, e sperare di trovare qualche ceppo asciutto. Ma era troppo pericoloso. Quindi la mia coperta, l'unico modo per scaldarmi per tutto quel lungo, lunghissimo inverno, sono state pietre e terra. Per paura della battaglia, della morte, mi sono sepolto vivo con le mie mani. I miei amici ora sono morti, è vero, ma almeno hanno vissuto i loro ultimi giorni insieme. Molto probabilmente in una trincea, anche loro congelati, con le dita che bruciavano dal freddo, con i piedi atrofizzati e il volto scavato dalla pioggia gelida e dalla stanchezza. Ma erano insieme, potevano darsi coraggio l'un l'altro. Io invece ero solo. Avevo solo roccia intorno a me. Roccia ghiacciata, che era tanto inospitale quanto insidiosa. Ed è colpa della roccia se sono qui, ora. Ma come potevo evitarlo? Ormai sentivo a malapena le gambe, era già un miracolo che riuscissi a camminare. Sempre se si può chiamare camminare quel mio incedere incerto e barcollante. Ma è colpa di quella roccia maledetta se sono scivolato. Sua e del maledettissimo ghiaccio che la ricopriva, se sono rotolato giù fino al sentiero. E quanto tempo è trascorso prima che qualcuno passasse di lì? Quanto tempo prima che qualcuno mi soccorresse? Beh, soccorrere… Non so se il termine sia corretto… Certo, mi ha salvato la vita. Ma portandomi in ospedale mi ha anche consegnato alla giustizia… Giustizia! Giustizia, la chiamano? Mi hanno sbattuto qui dentro, in questa cella, e hanno buttato via la chiave! Per la viltà e la codardia dimostrata di fronte al proprio dovere di cittadino, non pronto a pagare il prezzo della libertà che la Patria ti ha regalato quando sei nato hanno detto i giudici. Non pronto a pagarne il prezzo? E quell'inverno di patimenti in montagna non è stato forse il prezzo della mia libertà? E' stata una vacanza per loro? No, basta. Ho pagato a sufficienza per la mia paura. Come se aver paura possa essere un reato. Ho rischiato di morire chissà quante volte e tutte le persone che amavo non sono più vive. Non è questa la vita che sognavo da ragazzo, la vita per cui sono fuggito! E' ora di scappare di nuovo! Che mi etichettino pure come un vigliacco e un codardo, non mi importa. Ora! E' ora di correre!


Cos'è questo dolore? Sulle montagne tante volte mi è capitato di non sentire più le gambe… Ma non faceva male, non così male… Perchè la schiena mi brucia come se trafitta da un tizzone ardente? E questo… questo sangue… E' ovunque… Ed è… è mio!
Sparato! Mi hanno sparato! Mi hanno sparato quei maledetti bastardi! Non vi bastava avermi portato via i miei amici, il mio futuro? No, volevate anche la mia vita… Non ero degno di essere uno di voi, vero? Ero solo un codardo, uno che scappava…
Ora non scapperò più, ma voi non mi porterete via più nulla… Non mi toglierete quello che ho conquistato qui, ora, con il mio sangue e con i miei ultimi respiri… la libertà… la libertà…

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11/07/2009 alle 17:07 » Dajo
Personalmente non mi piacciono i flussi di coscienza, ma non so può certo dire che tu non sappia scrivere! Dovresti partecipare più spesso ai contests ^_^

Stili personali a parte, trovo molto interessante le riflessioni che scaturiscono, ma penso che una trama più articolata avrebbe arricchito il racconto.
26/03/2008 alle 10:50 » Rilwen
Mi piacque allora come mi piace oggi. Amaro, triste, ma vero, vissuto. Sofferto. Il tuo stile è inconfondibile, mi ricorda tantissimo personaggi a cui sono molto legata, mi pare quasi di sentire parlare un certo chierico, ma è tutto inserito benissimo nel suo tempo, nella sua storia.

Ripeto, mi è sempre piaciuto, e continua a non deludermi!!
25/03/2008 alle 20:01 » Meeme
Un racconto molto amaro, triste e sconsolato, ben narrato e scorrevole come lettura, qualche ripetizione che eliminata potrebbe rendere il racconto migliore dal punto di vista stilistico

Il tema è lineare, ma molto ben trattato, uno spunto per discorrere su cosa è veramente la libertà e se siamo realmente liberi rinunciando a qualcosa di deciso, oppure no...

Mi è piaciuto, questo racconto, nella sua negatività, la trama non è particolare, ma è resa bene e coinvolge il lettore.
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