Racconto scritto da
Meeme Arcano n°13
e pubblicato il 25/03/2008
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Partecipante al contest
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Sorrisi guardando il mare gelido e cremisi, e poi sorrisi ancora, perché quella sarebbe stata l’ultima volta che avrei potuto farlo…
Erano giunte da ogni luogo, per morire in quella stessa spiaggia nivea e ciottolosa che io ogni pomeriggio attraversavo per osservare mestamente il mare d’inverno.
I loro corpi illuminati dal sole e glassati dalla neve che come zucchero continuava a ricoprili senza sosta, luccicavano come specchi, così brillanti che gli occhi potevano rimanere feriti a fissarli oltremodo.
Neve su neve…
Bianco su bianco…
Solo il colore dell’acqua salata uccideva ogni delicata immagine per orrore ed arroganza, un mare vermiglio, viscoso e pestilenziale.
E l’odore…
Sembrava come se il cielo stesso potesse veramente sentirlo, quel tanfo di morte e di agonia che doveva averle colpite nella notte precedente, e che ora piangesse neve, il suo sublime modo di dilaniarsi...
Tutto era accaduto a causa della mia stoltezza, della mia sconsiderata ed ingenua inettitudine, anche se forse altri avrebbero chiamato questa mia mancanza semplicemente codardia.
E adesso che niente mi lega più a questa terra insanguinata, posso finalmente narrarvi la verità!
Perché chi mi conosceva, anche solo di vista, ancora grida alla tragedia sentendo la mia famiglia raccontare la storia di ciò che accadde quel giorno sciagurato in cui la loro unica figlia scomparve inghiottita dalle onde.
La storia di chi credeva di poter essere artefice di eventi meravigliosi, ma che invece fuggì ignorando una responsabilità che aveva accettato di adempire.
Avevo quasi dodici anni e forse alcuni di voi potranno pensare che fossi una bambina, ma credetemi, non era affatto così.
Avere dodici anni in un’isola battuta dai perigliosi venti invernali e cinta da solide montagne, era come sentirsi circondata da lance acuminate pronte a graffiarti il viso ad un minino accenno al muoversi verso la libertà; come trovarsi in un deserto gelido circondato da fitta nebbia, dove ad ogni passo si rischia di essere inghiottiti da sabbie mobili invisibili agli efferati sensi; come trovarsi ad un bivio, e sapere già quale strada dover scegliere, senza avere il dubbio che il percorso desiderato possa rivelarsi sbagliato…
Il luogo in cui ero nata, era così, e mi piaceva considerarlo la mia gabbia di vento e di neve, un microcosmo in cui tutti sapevano già per cosa erano destinati ancor prima di venire al mondo, e dove ogni anima conosceva quale posto avrebbe occupato in vita, senza dover pensare al futuro con ansia e preoccupazione.
La felicità sembrava attraversare ogni abitante come sole su una lastra di ghiaccio, e dopo avergli sfiorato il cuore, su di essi sorrideva illuminando il sentiero e rendendoli perfetti.
La felicità sorrideva a tutti eccetto me…
Perché se sentivi di essere destinata ad un qualcosa di meraviglioso ed intenso che non comprendesse però i progetti che gli altri avevano per te stabilito, allora significava che eri un’ingrata, e che non portavi abbastanza reverenza ai tuoi antenati, chiunque essi fossero, che vigilavano su di te con una constante ed inutile dedizione.
Il mio scegliere sola il cammino da seguire dunque, risultava un atteggiamento alquanto fastidioso da tenere per una bambina quasi donna.
Ero una sognatrice, come i miei coetanei mi canzonavano spesso, una sciocca che non sapeva stare al mondo e che viveva in splendide visioni, ignorando i cambiamenti che avvenivano in tutti prima o poi...
Avvertire il proprio corpo mutare, lentamente trasformarsi, per diventare un qualcosa che non si ha nemmeno ben presente cosa, era per me sinonimo di tremenda angoscia ed inquietudine.
L’essere costretta ad abbandonare la sfera dei giochi in favore del freddo ed apatico mondo degli adulti, così, improvvisamente con un’insensata veemenza, mi distruggeva.
Lentamente mi trascinava verso l’abisso, da cui tentavo invano di sfuggire…
Se la chiave per la conoscenza del proprio destino, si trovasse realmente nei sogni come molti visionari asserivano, allora sarebbe in verità tutto troppo facile.
Troppo inutile vivere.
Eppure io lo credevo!
Credevo davvero che i sogni che spesso ricordavo con vivo interesse, fossero ciò che il futuro mi avrebbe riservato senza il brivido dell’ignoto.
I miei però sostenevano che il sognare era solo un modo per distorcere la realtà in maniera morbosa, un passo falso verso la realizzazione dei nostri desideri inconsci, violenti e brutali che fossero e che costituivano la parte più oscura di ogni essere senziente.
Così mi pentivo di ciò che sognavo, come un fanciullo che arrossisce quando viene colto a rubare marmellata dalla credenza del vicino avido; forse non era la stessa cosa, ma ciò che sentivo era un sentimento di colpa e di vergogna per ciò che a volte fantasticavo.
Non per questo però, smisi di credere che il destino attraverso il dormiveglia, mi sfiorasse, pronto a darmi l’opportunità di essere ricordata per eventi eccezionali; e di questo ancora mi persuadevo, con una certa ingenua purezza, fino ad ora almeno…
Così quando quel sogno mi strappò per tenerezza il cuore dal petto ancora acerbo, vissi i miei ultimi giorni attendendo un segnale che alla fine per viltà, denigrai…
Vidi i loro corpi biancastri e luminosi sfiorare il cielo da sotto il mare ed erano così belle!
Persino l’inverno era meno bianco della loro pelle sottile, e sembravano così felici di poter vivere nel mare e giocare con lui.
“Se fossi come loro…” sognai di pensare.
“…potrei allontanarmi dai doveri che mi attanagliano, per diventare una sposa del mare…”
Rimasi sorpresa vedendo che una di loro mi si avvicinava senza mostrare alcun sospetto.
“Allora diventa come noi…” mi parlò, ed aveva voce umana e graziosa, con un accento straniero che pareva il verso di un cinguettante canarino.
Ed io mi svegliai, stringendo le lenzuola umide ed appiccicaticce, mentre un sospirato batticuore dolcemente mi straziava in silenzio.
Quella notte divenni una donna…
I miei genitori accolsero il mio cambiamento con ovazioni e benedizioni, mi lanciarono contro polveri color porpora, cinsero il mio capo con ghirlande di fiori invernali e mi fecero indossare una veste bianca, la mia veste da sposa bambina.
Mi sarei maritata con colui che i miei avevano scelto, presto mi sarei formata una mia famiglia, e poi avrei avuto dei figli, a cui dover pianificare il futuro, come avevano fatto gli altri per me…
Il loro entusiasmo, però non mi coinvolgeva affatto, perché la mia mente era invasa dal pensiero di ciò che presto sarebbe accaduto, e dell’opportunità che avevo di esserne artefice.
Così appena ebbi un attimo di respiro, perché un nuovo giorno era appena giunto, mi precipitai verso la spiaggia innevata, certa che lì mi attendesse un segno della mia nuova vita.
Era giunta per me infatti, bella e candida come il paesaggio che mi circondava, con quella sua graziosissima voce da canarino, che vibrava gioiosa nell’aria fresca e pungete del primo mattino.
“Tu appartieni al Mare…” mi disse e le sue parole suonavano direttamente nella mia mente sognante.
Eppure non sognavo affatto, non questa volta almeno.
Lei era reale, perché con le ginocchia immerse nel gelido oceano, sfiorai il suo corpo di seta ed il tatto era mio alleato, non era un sogno, ma la realtà.
“…una Sposa come noi fummo…” continuò la creatura, mentre io rapita prestavo orecchio ai suoi discorsi illuminati.
“…vieni con noi, bambina ormai donna… Vieni con noi perché tu rappresenti la salvezza che ci venne promessa!”
Non comprendevo appieno le sue ragioni, ma solo il fatto di essere stata “scelta” tra molte mi rendeva felice, non ero una tra tante, ero l’unica a cui le belle creature si erano rivolte…
“Il nostro tempo sta per scadere… Eppure se una fanciulla di candida purezza, scegliesse il Mare come suo sposo, ci salverebbe da un tristo destino…”
Avevo smesso di ascoltare, ma promisi di aiutarle, era così bello sentirsi realmente desiderate!
Rendeva l’animo libero e leggero, come fiocchi di neve che danzavano fieri nel vento e che mi circondavano simili a folletti giocosi.
L’essere dalla voce cinguettante si allontanò ed io rimasi ad osservare la sua bianca figura che spariva tra i flutti marini, prima di rendermi conto che mi faceva cenno di seguirla a largo.
Avanzai affascinata, certa che fosse ciò che dovevo fare…
Il mio corpo acerbo ormai era già sommerso, eppure non sentivo freddo, ed ancor prima che me ne rendessi conto, l’acqua era quasi al mio collo.
Mi bloccai di colpo, come se improvvisamente la razionalità si fosse impadronita delle mie azioni.
Se avessi continuato ad avanzare, sarei annegata!
Sarei diventata un corpo senza nome sbattuto dalle onde, un cadavere ignoto e senza futuro…
Non era questo ciò che volevo, non era questo ciò che mi aspettavo, non la morte, non così!
Avevo dato la mia parola, eppure mi convinsi che era sciocco proseguire, in fondo si era trattato di un ben misero sogno, e probabilmente ero così auto convinta che fosse vero che stavo per compiere una terribile sciocchezza…
Iniziai a sentire il freddo…
L’essere mi intimava a seguirla, ma io tremavo e voltandomi arrancai fino a raggiungere quella riva da dove tutto era partito…
Dietro le mie spalle oltre al suono del vento gelido, la creatura gridava; la sua voce era così straziante da sembrare veramente umana, ed io per non udirla tappai forte le orecchie e corsi lontano, verso casa, con il vestito zuppo ed il corpo ghiacciato.
I miei mi fecero molte domande credo, ma io non ascoltai, perché gettandomi tra le lenzuola, dormii profondamente per un giorno intero, senza sognare nulla.
Una strana angoscia però mi impediva di trovare ristoro nel sonno, l’angoscia di aver commesso la più abietta delle colpe, l’essermi tirata indietro quando avevo dato la mia parola…
Quella notte non avvertì il grido della Natura che moriva, a causa della mia viltà avevo perso ogni contatto con essa e per questo non sospettai di trovarmi di fronte un simile atroce spettacolo la mattina dopo, quando raggiunsi, come ogni giorno, la spiaggia per mirare il mare…
Bianco su bianco…
Rosso su rosso…
Sembrava davvero che il cielo stesse piangendo neve, mentre l’acqua non era acqua, ma sangue…
Rimasi immobile osservando i corpi arenati delle belle creature, che a volte i marinai confondevano con le sirene, perché non possedevano alcuna pinna dorsale pur essendo dei cetacei…
Erano giunte da me, perché io sarei dovuta diventare come loro, una bianca beluga dalla pelle di seta, una sposa del mare in cerca di altre giovani da consacrare ad esso per far sì che il cerchio non venisse mai spezzato…
Non sarei annegata, il mio corpo sarebbe mutato, ma lo compresi tardi, troppo, troppo tardi.
Lo compresi quando ormai la loro sorte era compiuta, in modo sanguinario e straziante, ed io non potevo fare più nulla per loro.
Allora sorrisi e poi sorrisi ancora…
Un sorriso di chi sta per morire.
Ed incatenai le mie braccia in modo che non potessero aiutarmi a nuotare…
E lentamente, con indosso il mio abito bianco da sposa bambina, entrai in quel mare vermiglio.
Ed avanzai con tarda determinazione sapendo che le mie colpe non si sarebbero lavate nemmeno con la mia sincera vergogna.
Lasciai che il sangue entrasse nei polmoni, che macchiasse il candido vestito, che lentamente soffocasse la mia vita in un freddo mortale mentre il cielo piangeva muto…
Così muore una donna-bambina, così nasce una bianca beluga, condannata a cercare altre come lei, perché il cerchio non potrà chiudersi finché il Mare non troverà tra i cetacei color neve, la sua degna sposa.
E gli ingenui marinai ancora credono che si tratti di sirene, quando vedono le loro candide code prive di pinna dorsale, spuntare dal mare cristallino…


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