Racconto scritto da
Shaman
e pubblicato il 23/03/2009
Spinto dall'argomento del contest, il Vuoto, ho cercato di sviluppare un piccolo racconto che ne analizzasse aspetti peculiari, attraverso la figura di un samurai solitario, coinvolto in un conflitto più grande di lui, per il quale una sorta di entità divina recluta guerrieri attraverso, appunto, il richiamo dello stesso Vuoto, inteso come perdita progressiva delle proprie memorie.
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Partecipante al contest
Quintus Litterarum Hibernus Agon
Premio Speciale ![]()
«Cade la neve» osservò l’uomo, e la piccola platea di volti incantati in attesa annuì. «Cade la neve», ripeté allora l’uomo, facendo scorrere lo sguardo sugli occhi attenti e i volti lisci dei bambini «scende oggi dal cielo come faceva secoli fa, quando questo villaggio ancora non esisteva, le montagne parlavano agli uomini e nelle valli bagnate dal fiume rosso si abbeveravano i cavalli dei samurai».
Quell’ultima parola provocò un brivido di gioia nei piccoli astanti. Quella che veniva loro svolta davanti, come una stola di seta purpurea, non era solo una storia, era una storia di samurai! Avrebbero ammirato e ascoltato con eguale attenzione le gesta del poeta di Go-Rhu e nulla li avrebbe distolti dall’udire la conclusione di una delle mille avventure dei cacciatori che abitavano quella valle in passato. Ma tutto questo veniva messo in ombra dalla possibilità di ascoltare una nuova storia dei guerrieri armati di spada. Il vecchio, ormai lo sapevano, ne raccontava poche. Come i dolci più buoni venivano servite solo in occasioni speciali e ora loro si recavano come commensali affamati a quel lauto banchetto.
L’uomo era il più anziano del loro villaggio, e probabilmente anche di diversi dei villaggi vicini, e si accoccolava sulla sua sedia a raccontare ogni prima domenica del mese, come aveva fatto il vecchio che era venuto prima di lui e che ora riposava nel piccolo cimitero, prima del bosco a nord.
«Cadeva la neve» ricominciò, catturando gli occhi con gli occhi «e il samurai si avviava con passo greve verso il limitare della foresta...»
Il guerriero si fermò, giunto agli alberi che costituivano il limite settentrionale di quella zona. Appoggiò una mano contro la corteccia fredda e lasciò che lo sguardo spaziasse su quanto lo attendeva al di là di quell’invisibile confine. Aveva nevicato per giorni, e questo rendeva difficile riconoscere e percorrere le poche strade di terra battuta. La ricerca di informazioni si era fatta più difficile negli ultimi mesi. La zona verso la quale era stato indirizzato era poco abitata e battuta da gruppi di banditi dai quali preferiva nascondersi. Questo rendeva ancora più lenti i suoi spostamenti e gli abitanti più reticenti nel parlare e divulgare conoscenze ad uno sconosciuto.
Immobile in quella posizione, con la neve che lentamente scendeva a ricoprirlo, avvertiva ogni cosa attorno a se, nell’ovattato silenzio del luogo. Se solo spostava il peso da un piede all’altro il manto biancastro scricchiolava con una sinistra ferocia, facendo pensare che al di sotto potesse spalancarsi il vuoto infinito di uno dei sette inferni. Sarebbe stato così diverso, si chiedeva l’uomo, da quanto provava ora? Quel furto d’un pezzo del suo essere non l’aveva forse privato dei suoi organi, lasciando un guscio irrigidito dalla determinazione, ma tristemente vuoto, un vuoto assoluto, senza scampo, definitivo? Si sentiva come uno dei grandi alberi dalla corteccia scura, scavati dagli scalpelli per ricavarne le basse imbarcazioni che portavano dall’altra parte del fiume. Rivoleva ciò che gli era stato sottratto.
Strinse i denti, trattenendo l’impeto d’ira, impedendosi di pronunciare a voce alta qualcosa che avrebbe potuto offendere i signori di quel luogo. Osservando le poche ombre che la luce del primo pomeriggio proiettava, cercò di ricordare le leggende che aveva udito fin da bambino sui luoghi sacri e gli dei che li abitavano. Non era facile, da tempo ormai i ricordi giungevano lenti, salvo poche intense immagini degli anni passati. Ricordava Hangou, dalla testa di scimmia, arguto quanto malevolo nei confronti dei viandanti, Lo-Peng, il due facce, saggio assassino, monaco, amante dei piaceri della carne, che sottoponeva a contorte prove di abilità chi si veniva a trovare per sbaglio sulla sua strada. Ma rammentò a se stesso che c’erano anche esseri benevoli, disposti a dispensare favori e aiutare chi ne avesse avuto realmente bisogno. Eppure questi erano in minoranza, oppure erano meno interessanti di quelli malvagi, pensò con un sorriso, visto che comparivano in poche storie.
In quei prati, teatro secoli prima della guerra tra i clan delle valli attigue, rischiava l’incontro con Go, il fuoco dalle mille lingue, e il suo seguito di guerrieri infernali. E non intendeva essere uno dei pochi che aveva la fortuna di conoscere Tah-Ki, il padre dei giganti delle montagne. In entrambi i casi, concluse con se stesso, era meglio non imprecare contro gli dei e finire per incontrare questi o uno dei loro figli.
Per placare il proprio animo si sedette su una roccia piatta, ripulendone una parte dalla neve. Dal grosso zaino di pelle estrasse un lungo strumento di legno, intagliato nella forma di un poderoso drago e soffiando delicatamente trasse da esso una sequenza di note. La melodia lo avvolse e scivolò sul declivio riempiendo l’aria e facendola vibrare di una soffice malinconia.
Giunto al termine di quella storia in musica si fermò, lasciando che l’ultima nota riecheggiasse nella valle, ricoperta ben presto dal silenzio. Guardò con apprensione la distesa di alberi, diritti come pali e completamente spogli, alle sue spalle. La strada fatta finora, per quanto lunga e tortuosa, l’aveva portato quasi a destinazione, non gli rimaneva che addentrarsi nella valle come gli era stato spiegato in paese. Rimise quindi lo strumento nello zaino e issò questo sugli spallacci dell’armatura, riprendendo il viaggio.
L’uomo abbandonò la presa sul tronco e ricominciò a camminare, dirigendosi sul pianoro innevato, verso l’imbocco della valle. Stagliato contro lo sfondo bianco, mentre si muoveva con difficoltà nella neve, il guerriero appariva come una marionetta di metallo, della quale non si distinguevano i fili. Il fisico asciutto, modellato da anni di combattimenti e studio dell’arte della spada, era nascosto dalle piastre di ferro, tenute assieme da sottili nastri di pelle indurita, protetti a loro volta dalle placche superiori. Attorno alla vita una sorta di gonna metallica gli cingeva i fianchi, proteggendoli da attacchi al suo ventre e s’intrecciava alla parte di armatura che nascondeva il petto fino agli spallacci e al collo che spuntava dal resto della veste metallica di diversi centimetri. Non avendo mai voluto protezioni per il volto il guerriero non portava alcun copricapo o elmo, cosa che l’aveva spesso inviso agli altri samurai del suo ordine, che consideravano la completezza dell’uniforme di guerra un punto fondamentale da curare e tenere da conto. Il viso dell’uomo aveva subìto tale scelta, e le numerose cicatrici che s’intrecciavano alle rughe dell’età ne erano le visibili testimoni. La barba incolta gli ricopriva però mento e guance, nascondendole almeno in parte, e il color cenere faceva risaltare gli occhi incavati, scuri e dall’iride verde come i giardini della città segreta. I capelli erano lunghi da un tempo che non era in grado ormai di determinare, per quanto si ricordava li aveva sempre lasciati così, da quando erano scuri, fino al comparire dei primi filamenti argentei, che ora ne costituivano la parte maggiore. Lunghi e raccolti sulla nuca, a formare una coda striata di bianco, che lambiva la protezione metallica dietro la testa.
Procedeva lentamente, avvertendo il comprimersi della neve sotto gli stivali, che affondavano nel profondo strato bianco trasformando ogni passo in una lenta prova di forza. Il sudore gli scorreva copioso lungo la schiena, raffreddandosi ma sapeva che fermarsi ora sarebbe stato un errore, verso nord vedeva le rocce che si stendevano ai lati della valle, massi enormi che si alzavano dal terreno come denti spezzati di una creatura enorme. Quella era sicuramente la Bocca del Serpente, come l’avevano chiamata al villaggio, ultima tappa del viaggio.
Mentre camminava poteva sentire il silenzio del luogo avvolgerlo nella sua malinconica morsa. Alle spalle si era lasciato gli ultimi alberi e attorno a lui ora regnavano solo le rocce, la neve e gli abnormi giganti delle montagne. Questo almeno a sentire le storie di chi aveva cercato di passare per condurre bestiame o merci da una parte all’altra della catena montuosa chiamata Yang-Tsen. I racconti di questi esseri si sprecavano e molti erano partiti alla ricerca di facile fama, pretendendo di tornare indietro con un trofeo magari sottratto al castello che si diceva questi giganti abitassero. Ma pochi avevano alla fine fatto ritorno e nessuno aveva con sé molto di più che la propria vita. Ridotti a ebeti balbettanti non erano stati in grado di dare spiegazioni sull’accaduto mentre le loro vesti maleodoranti e ridotte a brandelli erano testimoni di qualcosa di orribile e sconosciuto.
Il guerriero, ascoltando quelle storie, si era dimostrato sprezzante e ansioso anzi di incontrare i guardiani, gli unici che potevano dare una risposta a quanto lo stava divorando. Ma ora, giunto sulla sommità dell’avvallamento, mentre i suoi occhi spaziavano su ciò che lo attendeva, sentiva il coraggio venir meno.
La valle era costituita da un lungo e stretto corridoio di pietrisco chiuso dalle pendici dei monti, come a voler inghiottire il viaggiatore. Sul fondo e sulle pendici che si perdevano nelle basse nubi nulla cresceva e un sottile strato di nebbia si spandeva sul fondo, dando l’impressione che quel luogo non avesse una fine.
Ma non erano stati questi i dettagli che avevano fatto rattrappire per un istante l’animo inquieto dell’uomo. Era lo svettare, tra quelle pietre nude e umide, di altissime colonne di marmo bianco, intriso di venature rosse e nere, in certi punti ampie come un suo braccio. Immensi cilindri di roccia partivano dai lati del sentiero, sorgendo dal fondo come alberi di morte che alzassero i propri rami in una gelida ed eterna preghiera.
Deciso a non farsi intimorire da quella visione, l’uomo si erse in tutta la sua statura e poggiò la mano destra sull’elsa della spada che riposava legata al suo fianco. La presenza di quell’arma che lo aveva accompagnato nella sua vita di guerriero gli trasmise il senso di quieta rassegnazione che lo pervadeva prima di ogni combattimento. La morte non era una scelta da cui era mai fuggito, era una delle ovvie possibilità di ogni azione, una volta scesi in battaglia, e la sua accettazione era parte del cammino che aveva intrapreso.
Con lo sguardo fisso su quell’innaturale bosco di colonne più antiche dell’uomo scese di un passo verso la valle. Si teneva pronto, i sensi all’erta, certo che da un momento all’altro il male che abitava quei luoghi si sarebbe finalmente palesato. Dopo una ricerca durata tre anni, da un luogo all’altro di quelle terre, seguendo indizi vaghissimi, indicazioni sibilline di saggi eremiti e guidato dal suo bruciante bisogno di ritrovare quanto perso, era arrivato fino a li, l’ultima dimora di Khang Yah Ehl, il Padre delle Ombre. Si diceva che camminasse, invisibile e silenzioso, per tutto il mondo. Osservava ciò che lo circondava con lo spirito di un bambino, annotando ogni cosa in una pergamena infinita che teneva arrotolata fin dall’inizio dei tempi, attorno ad un unico cilindro di legno di cedro. Chiunque avesse posseduto quel documento sacro avrebbe avuto accesso a tutte le conoscenze del mondo. In molti lo avevano cercato per possedere tale conoscenza. A lui sarebbero bastate poche delle parole vergate sulla pergamena, ed era certo che quell’essere semi divino lo avrebbe accontentato, in virtù della sua vita di guerriero, della sua devozione agli antichi dei, del costante venire in aiuto delle sue genti. E se non fosse bastato questo era pronto a sfidare il padre stesso, per tornare in possesso di quanto aveva perso.
Un passo dopo l’altro, accompagnato ora da un sinistro gocciolare che riecheggiava nella stretta gola da parte a parte, scendeva verso la prima delle colonne. Giunto fin li si tolse il guanto dalla mano destra, per sfiorare la pietra liscia e sentirne la fredda sostanza sotto la pelle. La base quadrata della colonna misurava all’incirca quindici passi e in altezza ne saliva per almeno una decina, prima di stringersi e diventare cilindrica. Il marmo era consunto sugli angoli, e dava l’idea di un concetto di antichità nella quale la vita dell’uomo non era che un esiguo passaggio. La superficie era ovunque butterata da piccole cavità, scavate probabilmente dalle tempeste che agitavano occasionalmente quelle terre.
Ripreso il cammino avvertì farsi più forte, come i suoi passi lo conducevano verso il fondo della valle, l’impressione di essere osservato. Più di una volta si trovò costretto a voltarsi, convinto di avere qualcuno alle sue spalle e come riportava lo sguardo sullo stretto sentiero con la coda dell’occhio intravvedeva ombre furtive che sparivano tra le rocce.
I riflessi sul marmo cambiavano, mentre lui osservava quell’antica superficie, rivelando come il cielo sopra di lui si stesse facendo nuvoloso. Le ombre si muovevano, comparendo e fondendosi, strisciando attorno ai suoi piedi. Il samurai preferiva non venir sorpreso da un fortunale in un luogo del genere, ma l’alternativa di tornare sui suoi passi, ripercorrere la collina, il bosco e la valle fino all’ultimo paese era tanto insicura quanto continuare sul percorso intrapreso.
Osservando con attenzione lo spicchio del cielo che spuntava tra le mandibole rocciose della valle l’uomo notò come le nuvole si muovessero in un moto più lento di quanto non facessero le loro scure proiezioni sulle pietre. E tornando a portare l’attenzione al suolo cominciò a capire.
Le chiazze scure si scioglievano e ricomponevano ora più veloci. Sul fondo cosparso di pietrisco dipingevano figure che duravano un respiro, sembrava di poterne cogliere la forma ed erano già cambiate in qualcosa di diverso. L’ombra vorticava attorno all’uomo, divenuto il centro di un maelstrom di tenebra che dal suolo si stava alzando in uno stretto cono. Dentro quel vortice si levava un canto stonato, la voce di una bambina carica d’angoscia, che cercasse nonostante il terrore di intonare una supplica melodica a un dio sordo. La mente del samurai corse ai suoi ricordi, ai racconti che aveva udito sin da piccolo, quando l’anziano del villaggio li riuniva per rammentare loro le leggende di quelle terre. Si sforzò, conscio che nelle storie antiche avrebbe potuto trovare un aiuto a quella situazione, cercando di portare a galla quanto giaceva nel mare oleoso dei suoi ricordi. S’immerse nelle memorie informi, affondando dentro di sé, alla ricerca delle poche scintille rimaste. Nel buio si formò l’immagine del vecchio Mha Zae che proiettava con le mani figure inesistenti sul muro della casa di carta, intagliandole con la sua voce lavorata dal fumo.
“Questo è tutto ciò che potrete vedere degli Oh’nga, gli spiriti delle rocce. E se sarete tanto stolti da vedere questo, allora sarà già troppo tardi. Queste essenze sono frammenti di spiriti maggiori, come le anime dei grandi draghi, o la forma fumosa che alimenta i giganti delle grotte” e le sue mani disegnavano un uomo d’ombra accanto a un drago d’ombra. “Quando uno di questi enormi esseri muore non sempre il suo spirito riesce a librarsi e camminare fino alla cima della montagna sacra. Capita invece che rimangano tra noi, ma essendo troppo grandi per questo mondo essi, passo dopo passo, strada dopo strada, si spezzano, lasciandosi dietro tantissime parti di sé.”
Il silenzio che seguì era carico di aspettative. “E pezzo dopo pezzo esse si perdono e divise divengono tristi e poi completamente folli e ciò le spinge ad assalire chi incontrano, per cercare di riunirsi a qualcosa di completo. Questo è impossibile, perché sono spiriti di nebbia e neve, mentre noi siamo ancora fatti di carne e cielo, ma non cercate di scacciarle, anzi, l’unico modo per fuggire salvi da un frammento di un’ombra errante è...”
Guardandosi attorno scoprì che tutto ciò che poteva vedere era un alto muro di buio, mentre una terribile sensazione di freddo si era fatta strada attraverso l’armatura e le vesti invernali e gli stava lentamente erodendo la carne. Dita invisibili lo toccavano, bocche affamate cercavano il suo spirito caldo. Riunirle, si ricordò e mentre lo pensava stava estraendo dalla bisaccia a tracolla il lungo frammento di legno, intagliato nella forma d’uno stupendo drago. E appoggiato alle labbra, scacciato il pensiero del doloroso abbraccio che le ombre gli stavano donando, iniziò a soffiare, trasformando il suo fiato in una lunga e acuta melodia.
Per un istante nulla sembrò mutare. Le ombre anzi iniziarono a farsi più audaci, più vicine, il vento lo sbatteva in ogni direzione, si teneva a stento in piedi. Facendo ricorso al suo addestramento si abbassò quanto poteva, continuando a suonare, nel vuoto ghiacciato che riempiva il corpo d’ombra del quale lui ora costituiva il cuore pulsante. Altre ombre udivano il richiamo e accorrevano, strato dopo strato, filamenti di oscurità lo circondavano, mani di tenebra si intrecciavano, costruendo un immenso bozzolo che gareggiava in dimensioni e colore con le piovose nubi che l’osservavano dal cielo.
Con le dita rattrappite dal gelo il samurai riuscì a condurre quella melodia per qualche minuto ancora, prima di accorgersi che i suoi piedi non toccavano più la pietra. Il maelstrom d’ombra si stava librando più alto e gli spiriti stessi si erano fatti meno densi. La luminosità aumentava mentre il corpo intangibile nel quale lui albergava assumeva le sembianze di un drago enorme, fatto di un’argentea ragnatela, intrecciata e sfilacciata, che andava assumendo coerenza col volare di quelle note. Ma anche quando il freddo era tale che l’uomo, convinto di morire, smise di suonare, il processo non si arrestò. La figura divenne per qualche istante tangibile, il drago drizzò il collo squamoso, facendo brillare di luce riflessa le scaglie incorporee del dorso ed eruppe in un verso potente, emettendo un soffio di fuoco argentato che sembrò raggiungere la sommità delle immani colonne.
E nella congerie luminosa che seguì il concretizzarsi dell’antico spirito, ogni cosa svanì.
Era un luogo di pura oscurità. Non riusciva a respirare, ingoiava buio, lo sentiva riempire i polmoni, scivolare denso lungo il corpo, ricoprire i suoi occhi di una cataratta di pece gelida. I suoi sensi erano attutiti, non c’era suono, né il contatto con quella tenebra strisciante lasciava ricordo alcuno alla sua pelle. Si alzò, o almeno immaginò di alzarsi in piedi. Cercò la spada che gli pendeva al fianco, inerte come un arto inutilizzabile. Nonostante l’assurdità del gesto la sguainò completamente, avvertendo nelle mani il riverbero di una sensazione conosciuta da sempre.
Con la guardia alzata iniziò quindi a muoversi, in una direzione senza nome, quando udì quella voce tremenda fargli vibrare ogni più recondita fibra dell’essere.
“Ben arrivato, guerriero, ti stavo aspettando”
L’uomo si girò, da un lato, poi dall’altro. Le parole si spensero attorno a lui senza lasciare una traccia che indicasse da dove erano arrivate.
“Chi sei? Chi sta parlando? Mostrati e combatti in modo onorevole!”
“Intendi batterti con me?” il tono della richiesta non nascondeva un certo sarcasmo “vorresti forse combattere… da uomo a uomo?”
Quella voce sembrava consumarlo, sentiva la spada pronta a colpire davanti a se. Ma frase dopo frase, parola dopo parola, una fatica innaturale lo stava assalendo.
“Sei stato forte, te lo concedo. Non solo sei giunto fino alla valle che costituisce la mia dimora, ma hai anche sconfitto l’essere di tenebra che avevo messo a guardia, dimostrando di possedere saggezza.”
Il guerriero, rivolgendosi a quella forza bruciante che l’aveva sostenuto nel suo viaggio fino a li rispose con foga all’essere invisibile.
“Non conosco le tue intenzioni, uomo o mago o demone che tu sia. Ma questa cecità non è naturale, spiegala o affrontami!”
“La cecità che ti affligge, guerriero, come quella spossatezza che senti avviluppare le tue membra, è dovuta alla mia presenza. Il sostare dinanzi al seggio del padre delle ombre non è cosa che un umano, per quanto coraggioso come tu sei, possa sopportare con facilità.”
La voce si affievolì, ma nelle tenebre si susseguirono sussurri incomprensibili, voci intellegibili che sembravano tirare la sua coscienza da ogni parte.
“Eppure tu qui sei giunto alla mia ricerca, non era questo il tuo intento, guerriero?”
“Si…” la voce dell’uomo per un attimo tremò, nel dubbio, poi si fece di nuovo ferma “ciò che affermi corrisponde al vero”
“E perché hai affrontato questo lungo viaggio quindi?”
L’uomo esitò. Non aveva prova alcuna dell’identità dell’essere che lo stava interrogando, ma in quella tenebra senza fine non trovava sensato mentire.
“Io…” iniziò il guerriero, cercando di portare alla mente tutta la sua storia. Qualcosa gli sfuggiva, qualcosa della sua vita, la sua storia, ciò che era successo… era ombra… tutto quello che ricordava, era solo un vasto lenzuolo scuro. Sotto di esso poteva distinguere il profilo dei suoi ricordi, i lineamenti accennati di facce familiari, lo stagliarsi contro la notte stellata di luoghi vissuti dei quali conosceva ogni singola parte. Ma ogni qual volta accennava ad allungare la mano della memoria in quella direzione il manto si sgonfiava, rivelandosi completamente vuoto. Una paura che non conosceva pari si impadronì allora del suo spirito ma dovette costringersi ad ammettere ciò che stava realmente succedendo.
“Io non ricordo. Non ricordo nulla.”
L’uomo chinò il capo, crollando poi sulle sue ginocchia. Sentiva le lacrime bruciargli la pelle, gli occhi spenti ed inutili, le mani inerti lungo i fianchi.
“C’è solo il buio, io non ricordo nulla di me, nulla… io non sono nulla…”
Allora il silenzio che lo circondava prese di nuovo forma nelle parole dell’essere che lo teneva prigioniero.
“Tu eri qualcuno, avevi una vita. Il guerriero che eri venne notato da me anni or sono. Combattevi per la tua gente, con coraggio e onore, ed io vidi ciò che saresti potuto divenire. E per portarti da me, qui dove avresti potuto adempiere al tuo destino, ti ho sottratto qualcosa, qualcosa che hai cercato fino ad oggi. Ecco, ecco quanto ti ho rubato…”
Attraverso le palpebre chiuse l’uomo avvertì un’ondata di luce e calore raggiungere il suo volto. Aprì allora gli occhi e poco dinanzi a se vide una palla di luce che si librava all’altezza dei suoi occhi. Attonito l’osservò meglio. Come si concentrava su quella sfera luminosa avvertiva fluire attorno a lui il sapore gustoso di ricordi ed esperienze. Per un istante era stato in un bosco dagli alti alberi, qualche secondo dopo avvertiva il tocco di una mano tra i suoi capelli, la spada era ferma al suo fianco e contemporaneamente sguainata in decine di battaglie. Ma ogni qual volta si allungava per cercare di trattenere a se un’immagine questa svaniva.
“Cos’è questa?” gridò allora “un’altra tortura? Un altro modo di costringermi a prostrarmi dinanzi a te, signore delle ombre?” La luce, com’era giunta, così scomparve, lasciando dietro di se solo un vago odore di peschi in fiore.
“No, samurai, questo è ciò che ti fu tolto. Iniziai dal nome, sapendo che cercando quello ti saresti via via allontanato da tutto, perdendo un passo alla volta ogni altra parte di se. Non hai vinto forse ogni combattimento? Non hai avvertito che dopo ogni vittoria ti eri avvicinato ancora a quello stato di vuoto interiore a cui tanto anelavi come guerriero?”
L’uomo annuì dentro di se. Non aveva ricordo di ciò che era accaduto prima ma ora l’avvertiva, la sensazione di equilibrio che il suo nulla interiore era in grado di dargli.
“Tu ben conosci le storie delle mie legioni di soldati, i guerrieri ombra, i samurai d’ebano o come altro vengono chiamati nelle diverse regioni di questo vostro mondo. C’è una battaglia in corso, dall’inizio dei tempi, tra gli dei che governano queste terre. Esse avvengono in piani della percezione che non è dato agli uomini di percepire, se non in casi particolari. Il monaco che prega nel vero silenzio dell’essere, il samurai che raggiunge la pace interiore, il poeta la cui mano verga lettere d’inchiostro mentre osserva un cielo in tempesta, a volte colgono la presenza di questi conflitti. Che essi siano visioni insensate di giganti d’ombra che lottano contro demoni di fuoco, la capacità di vedere ombre danzare lì dove gli altri vedono solo luce o un semplice brivido al sopraggiungere della notte, sono vaticini di avvenimenti al di fuori della vostra portata. Eppure tutti gli dei sono consci dell’equilibrio delle cose, che si incarna anche nell’impossibilità per ognuno di noi di prevalere, da solo, sugli altri. Quindi alleanze si stringono e tradimenti intercorrono tra chi fin poco prima era alleato e nuove forze vengono raccolte tra gli uomini che hanno dato segno di possedere delle qualità particolari.”
Il guerriero sentì su di se la forza opprimente di uno sguardo disumano, il giudizio di occhi immensi come laghi oltre i quali si stendeva una mente inconcepibile.
“Tu sei destinato a divenire uno di questi uomini, a condurre le mie legioni nell’imminente conflitto con Go, che cerca di regnare dove non gli è concesso, di alterare l’equilibrio delle mie valli, distogliendomi dalla continua ricerca che conduco nel resto del mondo”.
La voce si quietò, e tutto attorno fu solo silenzio e tenebre.
“Qual è quindi il motivo per cui non mi trasformi in uno dei tuoi schiavi e mi tieni sotto il tuo dominio, ombra?” gridò l’uomo al nulla.
“Sebbene queste siano le storie che tu avrai sentito, io non posso piegare nessuno al mio volere. Io ho solo la facoltà di attirare a me chiunque ritenga degno e dargli quello che sto offrendo a te, il destino, in cambio della memoria. Un futuro nell’ombra, a combattere nella guerra che dall’inizio mantiene l’equilibrio, al costo di un passato da essere umano, questo” la sfera di luce ricomparve dinanzi all’uomo, calda e pulsante, invitante “il tuo passato.”
Il samurai avvertì dentro di se la tensione che le due possibilità formavano, da un lato tornare al suo passato, alla sua vita, dall’altra assurgere a una forza che non aveva mai conosciuto, della quale l’ombra ora stava facendo filtrare immagini e sensazioni. Vedeva gli sterminati eserciti che si scontravano nelle immense stanze degli dei, le pianure eteree che stavano a un soffio dal nostro mondo e che gli uomini conoscevano solo nei sogni o negli incubi. Le schiere dominate dal dio infuocato lambivano come maree malevole le terre dell’ombra, minacciandone la stessa esistenza, c’era bisogno di altri uomini, di condottieri, c’era bisogno di lui.
Alzando lo sguardo il guerriero osservò la tenebra li dove poteva sentirne gli occhi brucianti che lo esaminavano, avidi, in attesa, e portò la lunga spada davanti a se, pronta.
Quel giorno le pendici del monte che dicono porti alla Bocca del Serpente furono scosse da un tuono poderoso, che squarciò la notte e svegliò gli abitanti dei pochi villaggi che sorgevano nella valle sottostante. Molti si destarono da un sogno senza precedenti, ricolmo dei suoni di una battaglia immane della quale ricordavano solo l’ombra di un alto guerriero, un samurai, che si stagliava con la spada sguainata contro un’orda di fiamma incombente.
«E così finisce questa storia» disse l’uomo, alzandosi lentamente dal suo posto. I bambini che sedevano a semicerchio dinanzi a lui rimasero per un attimo in silenzio, contemplando le ultime immagini di ciò che egli aveva raccontato. Poi si scatenarono in una ridda di domande, fatte con la voce, le mani e gli occhi.
Il vecchio sorrise, rispondendo con calma, lasciando che la piccola folla si andasse disperdendo verso le case illuminate per la cena. Fuori, lungo le strade di terra battuta, coperte dalla prima coltre di neve della stagione, i lampioni spandevano la loro luce colorata e una leggera brezza li faceva oscillare. Sembrò allora all’uomo che le ombre che scivolavano tra le case gli ricordassero qualcosa, un drago danzante prima, una forma umana poi, forse un samurai. Ma erano solo le ombre degli alberi di pesco, si disse, osservando i petali che si mischiavano alla neve. E sfregandosi le mani per la frescura che la notte portava con sé, iniziò il suo ritorno a casa.


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